Piazza e Politica
Una lettura della mediazione politica tra Antonio Gramsci e Rosa Luxemburg
Bisogna chiedersi: cos’è una manifestazione di piazza?
Nel quaderno 13, Gramsci scrive:
Si tratta cioè di vedere se il “dover essere” è un atto arbitrario o necessario, è volontà concreta, o velleità, desiderio, amore con le nuvole. Il politico in atto è un creatore, un suscitatore, ma né crea dal nulla, né si muove nel vuoto torbido dei suoi desideri e sogni. Si fonda sulla realtà effettuale, ma cos’è questa realtà effettuale? è forse qualcosa di statico e immobile o piuttosto un rapporto di forze in continuo movimento e mutamento di equilibrio? Applicare la volontà alla creazione di un nuovo equilibrio delle forze realmente esistenti ed operanti, fondandosi su quella determinata forza che si ritiene progressiva, e potenziandola per farla trionfare è sempre muoversi nel terreno della realtà effettuale ma per dominarla e superarla (o contribuire a ciò). Il dover essere è quindi concretezza, anzi è la sola interpretazione realistica e storicistica della realtà, è la sola storia in atto e filosofia in atto, sola politica.
Il quaderno 13 dei Quaderni dal carcere è il luogo nel quale Macchiavelli torna più spesso e nel quale vengono studiati i rapporti politici legati all’agire politico. Cosa succede poi in realtà nelle piazze? Come si passa dalla manifestazione di piazza all’agire politico?
È in questo passaggio (come in tutto lo svilupparsi dei quaderni, ovviamente) che Gramsci affronta i temi legati all’agire politico e in particolare al passaggio dall’azione di piazza, spontanea del popolo, all’azione della politica, quella “interpretazione realistica e storicistica della realtà”. Ma cos’è l’azione di piazza? Rosa Luxemburg nei suoi scritti politici lo scrive chiaramente il dubbio che si pone a fronte di uno sciopero generale, che obiettivo ha lo sciopero generale? Luxemburg scrive:
“La socialdemocrazia è l’avanguardia più illuminata e più ricca di coscienza di classe del proletariato. Essa non può e non deve attendere fatalisticamente, con le braccia incrociate, l’arrivo della “situazione rivoluzionaria”, attendere cioè che quello spontaneo movimento di popolo cada dal cielo. Al contrario essa deve, come sempre, percorrere lo sviluppo delle cose, cercare di affrettarlo. Ma essa non può farlo distribuendo improvvisamente, al momento giusto o sbagliato, la “parola d’ordine” campata per aria di uno sciopero generale, ma innanzi tutto chiarendo ai più vasti strati proletari la venuta inevitabile di questo periodo rivoluzionario, il momenti sociali interni che ad esso conducono e le conseguenze politiche. Se i più larghi strati del proletariato devono essere guadagnati in vista di un’azione politica di massa della socialdemocrazia, e se reciprocamente la socialdemocrazia in un movimento di massa deve affrettare e conservare la direzione reale, dominare in senso politico tutto il movimento, allora essa deve con tutta chiarezza, coerenza e decisione fa conoscere al proletariato la tattica e gli scopi per il periodo delle lotte che verranno.”
Ecco che in questo senso sia Gramsci sia Luxemburg, che su molte visioni divergono, qui dialogano proprio sul senso dello sciopero e della manifestazione di piazza, che in quegli anni verteva in maniera più ampia sullo sciopero di massa, generale, su larga scala. Ma anche lì dove lo sciopero sia di natura più circoscritta, ciò che non può mancare e che si deve unire alla fase di piazza è la fase precedente e successiva, quella che Luxemburg definisce come la necessità di far conoscere al proletariato la tattica e gli scopi. Il momento di piazza in sé meriterà un’altra analisi su quale è la sua natura e le sue possibilità, ciò che bisogna pretendere è la mediazione data da un movimento o da un partito, una mediazione che progetti lo sciopero all’interno di una visione di lungo termine, il movimento di piazza non può cadere dal cielo, come peraltro avviene da decenni ormai, lì dove le figure di mediazione inseguono gli avvenimenti non riuscendo a convogliare il movimento in una prospettiva.
Ecco che sia Gramsci, sia Luxemburg guardano alla piazza, allo sciopero e alla manifestazione all’interno di una visione di lungo termine. È tornata con forza la necessità, anche all’interno dello spontaneismo più puro, di costruire una prospettiva con figure mediatrici e con degli obiettivi generali, che riconducano le istanze sociali all’interno di una visione.


La filosofia della praxis è un lungo e faticoso lavoro di partecipazione organizzata e cultura di classe.